Poco meno di 6 milioni. Questo è il numero impressionante di ecoballe che negli anni, tra un’emergenza e un’altra, si sono accumulate sugli ex fertilissimi terreni campani, nella terra di mezzo tra Napoli e Caserta, dove qualche colata di lava qualche millennio fa insieme alla dannazione di una spada di Damocle sempre pronta a cadere sulla testa delle popolazioni che lì abitano, portava anche la benedizione di una fertilità sconosciuta, e la possibilità di piantare e veder crescere rigogliose piante da frutto e ortaggi di tutti i tipi.

“Piramidi azteche alte 12 metri“, le ha definite ieri Gaetano Pecorella, presidente della Commissione d’inchiesta sul traffico illecito di rifiuti. Un disastro che ha prodotto l’avvelenamento di migliaia di ettari di terreni prima coltivabili, che ha fatto sparire intere produzioni, comprese alcune eccellenze tipiche della zona, che ha modificato persino la visuale del territorio, nonché la qualità della vita di migliaia di persone; e che non ha finito di produrre danni.

Non si sa infatti ancora come andranno smaltite quelle balle, cubi plastificati al cui interno s’è compresso a forza qualsiasi tipo di rifiuto gettato nel cassonetto. E se dopo anni di dibattiti, tavoli tecnici, incontri al vertice, spot propagandistici buoni per le campagne elettorali, e foto per le vie di Posillipo e via Caracciolo con la ramazza in mano, ancora non si sa di chi siano i terreni su cui sono poggiate queste bombe chimiche, e di chi sia la proprietà delle stesse (si, avete capito bene, non si sa chi sono i propietari dei terreni, e chi sono i proprietari delle ecoballe), negli ultimi mesi un nuovo spettro s’è affacciato sul già devastato e compromesso panorama campano: quello degli incendi.

Sempre più spesso depositi di ecoballe vengono dati alle fiamme da mani ignote, bruciando per ore e anche per interi giorni, come successo poche settimane fa a Bellona, nel casertano, dove una trentina di famiglie sono state fatte evacuare dalle loro case, come se fossimo a Seveso, Bhopal, o Fukushima. Forse l’ombra della camorra che vuole continuare a gestire il traffico dei rifiuti in loco, senza che questi siano “espatriati” per essere bruciati altrove. La conseguenza è lo sprigionamento di una quantità di diossina tale da far parlare alcuni medici e ricercatori di “quantità superiori a quelle sprigionate a Seveso”, mentre il presidente della Commissione Rifiuti, Pecorella dice “se dovessero bruciare anche solo in parte potrebbero causare una vera e propria emergenza diossina“. Ma “in parte” stanno già bruciando da mesi.

In vista della scadenza della lettera di messa in mora dell’Europa ai danni dell’Italia relativa alla situazione del ciclo integrato dei rifiuti in Campania si parla di un impianto per lo smaltimento da realizzare tra Napoli e Caserta, con un costo, solo per il mantenimento a terra per altri 11 anni, di 240 milioni di euro. Numeri, cifre e veleni, che ipotecano il futuro delle nuove generazioni campane per almeno altri 20 anni.