A Caserta siamo ufficialmente in default.

Nessuno ce lo ha detto, ma il capoluogo di Terra di Lavoro è in fallimento.
I segnali sono ovunque, basta saperli leggere, e unire i puntini.

E’ un default culturale e sociale, la fine conclamata e neppure più nascosta o mascherata di una politica che amministra in favore dei cittadini.

E’ una città in default perchè l’unica biblioteca della città è chiusa da 2 anni, e quella nuova non è mai stata aperta.

E’ una città in default perchè la ztl del centro storico è stata sacrificata sull’altare della ‘movida’ del fine settimana, per consentire al corteo dei tubi di scappamento di dar libero sfogo in via Mazzini, costringendo chi va a piedi a schiacciarsi sulle vetrine delle scarpe da 200 euro per poter passeggiare.

E’ una città in default quella che custodisce un bene patrimonio dell’Unesco ma non è in grado di tutelarlo, e di garantire il grado minimo di decoro dopo decenni di denunce in merito ai venditori di guide tarocche e di numeri fortunati del Lotto.

E’ una città in default quella che svende un luogo di incontro e socialità come il Chiostro di Sant’Agostino, in cambio di 40 denari, per far entrare i mercanti nel tempio.

E’ una città in default quella che dopo almeno 10 anni di iniziative dei cittadini, non è riuscita a garantire l’apertura del parco del Macrico, e che non lascia neppure intravedere un minimo spiraglio che lasci speranza.

E’ una città in default quella che chiude tutti gli spazi di aggregazione giovanile nati spontaneamente.

E’ una città in default quella che viene soffocata dalle strisce blu dei parcheggi a pagamento.

E’ una città in default quella che deve subire per l’ennesima volta il tradimento delle promesse di bonifica del territorio, per tornare a ingerire rifiuti di ogni specie.

E’ una città in default quella in cui le promesse più importanti pronunciate negli ultimi decenni, che avrebbero dovuto cambiare la città, come la nascita del policlinico e la chiusura delle cave, sono rimaste solo parole di inchiostro a ingiallirsi sui giornali.

Eppure, nonostante tutto questo, Caserta ha carboni ardenti di speranza che bruciano nel sottosuolo ed emergono sempre più spesso dando luce a una città depressa.

Si tratta dei movimenti delle biciclette, di quelli di auto-pulizia della città, delle iniziative sociali del laboratorio millepiani, del lavoro di integrazione coi migranti dell’ex canapificio, dei laboratori teatrali di Teatro Civico 14, o di Officina Teatro, si tratta dei tamburi dell’Orchestra popolare casertana, dei corsi di lingue o danza quasi a costo zero delle varie associazioni, si tratta dei lavori artistici di denuncia del Collettivo Latrones, si tratta dei pic-nic sui prati dinanzi la Reggia organizzati su facebook, e dei gruppi che si propongono di far incontrare e conoscere persone, al di fuori degli “acquari” troppo spesso posizionati in strada in maniera abusiva dai bar.

Sono questi, solo alcuni dei motivi che ci devono lasciar sperare che Caserta può rinascere dalle sue ceneri, il segreto della Fenice è custodito nei suoi cittadini, e nella capacità che questi hanno di auto-organizzarsi, supplendo a quei compiti che ci si aspetterebbe svolgessero le istituzioni.

Giulio Finotti