Discarica si, discarica no. Per i più la questione comincia l’11 novembre del 2006 quando il Presidente della Provincia Sandro De Franciscis, il neo-Sindaco Nicodemo Petteruti e il neo-Commissario per l’Emergenza rifiuti in Campania, Guido Bertolaso, firmano a Caserta il primo Protocollo d’intesa per la cosiddetta "provincializzazione" del ciclo dei rifiuti. L’immediata conseguenza di quella firma, apprezzata pubblicamente anche da alcuni consiglieri provinciali di minoranza, è l’individuazione di un sito nella provincia di Caserta dove stoccare i rifiuti. Scelta che ricade sulla cava Mastropietro, situata nella zona Lo Uttaro, a fianco della vecchia discarica Ecologica Meridionale (la proprietà è la stessa). Un luogo sconosciuto alla maggior parte dei casertani, ma che si trova geograficamente al centro di una conurbazione di comuni densamente abitati: San Nicola la Strada, Maddaloni, San Marco Evangelista, e appunto Caserta. La localizzazione è giudicata immediatamente inadeguata dai movimenti ambientalisti e dai comitati civici e il dissenso si fa presto sentire attraverso manifestazioni, fiaccolate, volantinaggio e la stesura di un dossier che pone molti interrogativi sulla legittimità della scelta del sito. I comitati insistono tra l’altro, sulla stessa legge promulgata proprio per regolamentare l’attività del Commissariato di Governo, che prevede si cerchino per l’allocazione delle nuove discariche, zone non gravate già in passato dalla presenza di qualsiasi impianto per la raccolta o gestione dei rifiuti. A questo proposito, lo stesso Sindaco di Caserta che in seguito non manifesterà alcun dubbio sulla legittimità della scelta, dirà (da Il Mattino del 7 novembre, tre giorni prima della firma del Protocollo di Intesa), durante un incontro con il Commissario Bertolaso: "Lo Uttaro è un capitolo che si deve chiudere, non è possibile prolungare oltre l’esistenza di un sito che finisce per diventare il rifugio per ogni emergenza al di là della nostra provincia", a dimostrare la consapevolezza di un territorio, quello di Lo Uttaro, già gravemente inquinato, utilizzato in più di un occasione come “soluzione” alle emergenze, anche a scapito di altre attività, come il Macello comunale costretto alla chiusura e l’azienda informatica Eds, che preferì trasferire i suoi uffici altrove. Ma la storia di questa discarica non è solo storia dei giorni nostri, e per capire di cosa stiamo parlando bisogna fare un salto indietro di molti anni, precisamente occorre tornare fino al 1994, quando dopo il commissariamento della regione Campania, tutte le discariche funzionanti furono requisite dal Prefetto delegato Bruno Improta, nel tentativo di sottrarre il business alla camorra. Se già oggi sorgono dubbi sull’efficienza degli sversatoi, allora i controlli e le norme erano praticamene inesistenti, e le discariche buchi da riempire con ogni tipo di rifiuto. Anche la discarica dell’Ecologica Meridionale subì la stessa sorte, ed in seguito, quando venne proposto di riutilizzarla in quanto già allestita, si andarono a verificare le condizioni del sito per decidere se era effettivamente possibile utilizzare quell’area. Si scoprì così che in quella cava erano presenti rifiuti stimati in circa 80mila tonnellate che su un versante finivano in una cava scavata oltre i limiti consentiti. La cava Mastropietro Passano gli anni, ma l’emergenza rifiuti è ancora ben lontana dall’essere risolta e le città della provincia di Caserta, così come quelle di mezza regione sono ricolme di rifiuti. Da studi condotti da associazioni ambientaliste sembra che si sia verificato l’aumento di numerose patologie, tumorali e non, malformazioni neo-natali e rischi di malformazioni congenite fino all’80% in paesi ai confini tra le province di Caserta e Napoli dove si riscontra la presenza di discariche sia abusive sia autorizzate sui terreni delle popolazioni colpite. E proprio di rifiuti sversati illecitamente nella cava in questione si legge in una relazione tecnica presentata dall’Ingegner Spasiano della Prefettura di Caserta il 16 febbraio del 2001. A proposito dell’invaso destinato a discarica si legge: "sono stati eseguiti lavori finalizzati all’utilizzo dello stesso come discarica [..] senza la dovuta autorizzazione" , e che "sono stati conferiti in esso rifiuti di cui non si conosce allo stato, la natura , e ancora che la profondità dello scavo è di circa 30 metri dal piano di campagna, ed in merito a ciò si aggiunge "si evidenzia che da indagini effettuate da questa struttura Sub-commissariale, la massima profondità della falda (acquifera ndr), valutata nelle immediate vicinanze, è di circa 27 metri dal piano di campagna". Un mese dopo, un altro tecnico, l’ingegner Orrico, responsabile della struttura tecnica del Prefetto delegato, presenta un’ulteriore relazione in cui attesta che dalla lettura di documenti catastali si evince come sia stata illecitamente allargata la zona autorizzata in modo da consentire lo sversamento abusivo di circa un milione e mezzo di mc di rifiuti in più rispetto a quelli autorizzati, ovviamente senza alcun tipo di controllo sul materiale in entrata. Nell’aprile del 2005 il sito in questione è addirittura dichiarato Sito di Interesse Nazionale, inserito dal Commissario per l’Emergenza Bonifiche e Tutela delle Acque della Regione Campania nei siti inquinati della regione da sottoporre a bonifica integrale, con spese a carico degli autori dello scempio ambientale. Ovvero i proprietari dell’invaso. I giorni nostri Dopo questo ‘viaggio nel tempo’, siamo finalmente ai giorni nostri. La situazione è drammatica, i rifiuti, ancora una volta, giacciono per le strade a tonnellate e si prospetta la situazione più grave da quando la regione è stata commissariata. Di notte in alcuni paesi della provincia sembra di essere a Bagdad, cumuli di rifiuti dati alle fiamme, volanti di polizia e carabinieri che girano per vicoli e strade quasi a presidiare le montagne di rifiuti, per tentare vanamente di dissuadere i novelli Nerone. Colonne di fumo come segnali dei Sioux indicano in quale zona del paese le persone si stanno tappando il naso nel disperato tentativo di non respirare diossina. Falliti tutti i commissariamenti susseguitisi fino a quel momento, viene dato mandato al Capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, il quale cerca di stringere degli accordi con le comunità locali per la ricerca di cave da destinare a discarica. Questo, si dice, sarà il primo passo di un percorso che dovrebbe portare alla tanto agognata raccolta differenziata, possibile fino al 90% in alcuni paesi del nord Italia e apparente utopia in Campania, dove pure i lavoratori impiegati a questo scopo sono tra consorzi e società partecipate (secondo una recente inchiesta della stessa Protezione Civile) circa 12mila - uno ogni 400 abitanti - mentre la media del resto d’Italia è di un operatore ogni 9mila abitanti. L’11 ottobre del 2006 si riunisce il tavolo tecnico istituito dal Prefetto Maria Elena Stasi – composto dal Vice Prefetto Provolo, dal Sub Commissario De Biasio, dal geom. Pirone del settore Ambiente della Provincia e dai rappresentanti del Commissariato di Governo per la Bonifica e Tutela delle Acque della Regione Campania l’architetto Paola Pignalosa e la dottoressa Manuela Totano – che individua tra le 5 cave proposte, la cava Mastropietro come quella dove sarà ubicata la discarica della provincia di Caserta. Il Sub Commissario di Governo con delega agli impianti Claudio De Biasio, braccio destro di Bertolaso, sarà arrestato assieme ai vertici del Consorzio Ce4 il 3 aprile dalla Dda di Napoli nell’ambito di un’inchiesta su legami con la camorra, la truffa ai danni dello Stato e la corruzione nella gestione dei rifiuti. La cava Mastropietro viene indicata idonea dal tavolo tecnico in quanto "immediatamente utilizzabile" così come si legge nei documenti della Prefettura di Caserta. Nel verbale prodotto si legge che l’invaso è "completamente impermeabilizzato ma non interessato dalla presenza di rifiuti. Completamente attrezzato con opere di raccolta e convogliamento del percolato". Con tale documento, dunque, si smentiscono le precedenti relazioni tecniche prodotte dalle strutture commissariali (vedi relazione dell’ing. Orrico), sia il precedente documento della stessa Prefettura (vedi relazione dell’ing. Spasiano), sia il Commissario per la Bonifica e Tutela delle acque della Regione Campania che parlavano chiaramente di rifiuti sversati in quell’invaso, e si motiva la scelta di quella cava, con il fatto che essa è già attrezzata. Ed è proprio su questo che si gioca la delicatissima partita tra associazioni e commissariato. Associazioni e comitati insistono sulla presenza di rifiuti in quel sito, in base a tutta la documentazione prodotta da varie istituzioni nel corso degli anni fino a quel momento e chiedono, quindi, la bonifica del sito ed il rispetto delle decisioni prese in precedenza anche a norma di legge, come nel caso della legge regionale sulle bonifiche. I firmatari del Protocollo di intesa (De Franciscis, Petteruti e Bertolaso), invece, fanno leva su una nuova relazione tecnica dell’Arpac, secondo la quale il sito non sarebbe interessato da vecchi rifiuti. Relazione che i comitati contestano, in quanto i rilievi non sarebbero stati fatti secondo norma. Vi sarebbero gravi violazioni delle normative, come afferma il dottor Santagata, membro del Comitato dei Garanti, per trenta anni dirigente presso l’ufficio di Igiene e Profilassi della Provincia e poi all’Arpac. Le rimostranze dei comitati non sortiscono effetti e il 19 gennaio è nominata la commissione di gara che, lo stesso giorno, si riunisce e procede all’aggiudicazione e all’affidamento diretto alla ditta vincitrice. Ad aggiudicarsi l’appalto, per circa due milioni e mezzo di euro è il Consorzio ravennate delle Cooperative di Produzione e Lavoro, il quale affiderà i lavori alle ditte Co.ce.re.st. di San Nicola la Strada e C.l.a.f.r. di Sogliano al Rubicone (in provincia di Forlì-Cesena). Il progetto definitivo sarà approvato solo il 16 marzo, a lavori pressoché ultimati. Lo stesso giorno in cui sarà approvato il progetto definitivo, un membro della famiglia Mastropietro e la società Ecologica Meridionale S.p.A., presenteranno un ricorso con richiesta di risarcimento danni per i lavori che erano stati sostenuti in passato per la predisposizione dell’area a discarica, attività che i Mastropietro avrebbero voluto avviare, ma di cui furono negate le autorizzazioni nei primi anni ‘90. Nel ricorso gli avvocati scrivono: "occorre precisare che gli interventi eseguiti [..], che hanno comportato l’esborso di ingenti somme, [..]oltre due milioni di euro, sono stati vanificati dal mancato rilascio dell’apposita autorizzazione da parte dei competenti organi regionali, motivo per il quale il nuovo invaso non è mai stato utilizzato, tranne che per piccole operazioni di sversamento legate alla autorizzazione posseduta in relazione all’area attigua". I proprietari della cava, in questo ricorso parlano di "piccole operazioni di sversamento" dove aggiungono inoltre legate alla autorizzazione posseduta in relazione all’area attigua. La Prefettura parla invece di area non interessata dalla presenza di rifiuti. Questa dissonanza tra carte, documenti e dichiarazioni accompagna tutta la vicenda di questa discarica. Cinque mesi prima intanto, e precisamente due settimane dopo la scelta della cava da destinare a nuova discarica (il 25 ottobre), nelle campagne circostanti proprio il sito in questione, riecheggia un rumore sordo. E’ il rumore di una 357 magnum che ha esploso i suoi colpi all’interno della cava Mastropietro. A sparare il proprietario della cava, Aniello Mastropietro, che impugnata l’arma detenuta legalmente ha fatto fuoco sui due nipoti, Salvatore e Francesco Mastropietro, comproprietari del 25% della società Ecologica Meridionale. Il primo, morirà subito, il secondo ferito ad un braccio e all’addome se la caverà. Sul Mattino del giorno seguente si legge a proposito dei moventi del omicidio: "La divisione di proventi, la problematica collaborazione con lo zio Aniello e la difficoltà di trovare una conduzione unitaria hanno fatto il resto". Si giunge così, dopo aver tentato invano le vie legali, dopo aver posto una serie di domande (ben 17) direttamente al Commissario Bertolaso in un’assemblea pubblica presso il Teatro comunale di Caserta (il 30 marzo) rimaste senza risposta, dopo aver richiamato l’attenzione anche dei media europei sulla questione, dopo fiaccolate e manifestazioni più o meno partecipate, all’intensificazione di un presidio presso la cava. La questione non è che non si vuole la discarica nel proprio giardino, ma che questa zona ha già dato. Che ci sono gravi dubbi sulla legittimità della scelta, dubbi che le risposte delle istituzioni non riescono a sciogliere e un pericolo serio per la salute delle popolazioni confinanti, già duramente colpite come dimostrano i dati degli studi medici del Pascale. Dopo tre notti di resistenza pacifica, all’alba del 24 aprile una sessantina di poliziotti in assetto anti-sommossa (ma ve ne erano altri 300 appena fuori la strada) intervengono a sgomberare il presidio composto in quel momento solo da una trentina di persone. I camion cominceranno a sversare quella stessa mattina. Da quel giorno, ed ancora oggi, non è più possibile entrare nella strada denominata recentemente dal Comune via Thomas Edison, dato che pattuglie delle forze dell’ordine presidiano i due ingressi giorno e notte, impedendo il passaggio. La battaglia dei comitati sembra finita, ma domenica 13 maggio una folla inaspettata di persone, almeno duemila, scendono in piazza alle 15 del pomeriggio, per marciare contro la discarica. A capo di un corteo che dimostra l’accresciuta sensibilità da parte della popolazione alla questione, vi è il Vescovo di Caserta Monsignor Raffaele Nogaro assieme a molti altri parroci, suore e missionari, che scendono in piazza a far sentire la propria vicinanza alla gente. La manifestazione si concluderà con una messa nella cava Mastroianni, situata a pochi metri dai resti delle mura dell’antica Calatia e attigua alla cava Mastropietro dove vi è la discarica. I cancelli li aprirà lo stesso proprietario. La scelta di concludere la grande manifestazione proprio in quel incavo non è casuale. Il timore delle associazioni e di molti cittadini è che lì sorgerà una nuova ennesima discarica non appena la cava Mastropietro sarà colma. Un’ipotesi verosimile se si considera che in passato già fu approvato un progetto per la realizzazione di una discarica proprio in quel sito e che il proprietario della cava ha raccontato di aver ricevuto l’inattesa visita di tecnici che hanno effettuato dei primi sopralluoghi del posto. L’apertura di una nuova discarica viene sempre giustificata con l’urgenza di risolvere l’emergenza. Un’emergenza che dura ormai da 13 anni e peggiora nel tempo. Nel momento in cui questo giornale va in stampa, la discarica Lo Uttaro è aperta e funzionante a pieno ritmo da più di un mese, eppure le strade di Caserta e soprattutto quelle dei paesi della provincia, sono ricolme di rifiuti. Nel momento in cui questo giornale va in stampa, la Provincia, ente preposto, ed il Presidente De Franciscis, che ha mantenuto la delega all’Ambiente per oltre un anno, Presidente del Consorzio Caserta 3 nonché Sub Commissario all’emergenza, non ha ancora redatto un piano per la gestione del ciclo dei rifiuti e per la raccolta differenziata, dopo 7 mesi dalla firma del Protocollo d’Intesa e oltre due anni dall’insediamento nel palazzo di Corso Trieste. (Pubblicato su: Caserta Ieri e Oggi, giugno 2007)