«Chi è stato picchiato non vuole parlare» dicono alcuni tunisini indicando Ismail, un ragazzo egiziano derubato e malmenato di recente. È la realtà degli immigrati che vivono nelle campagne di Parete. «Per strada ci insultano e ci minacciano, anche le donne. La polizia e i carabinieri sanno tutto, ma non fanno niente» raccontano. Molti hanno voglia di parlare delle condizioni in cui vivono, vorrebbero che le cose potessero migliorare. Lavorano ma non hanno diritti, e per questo capita anche che i patti per i pagamenti non vengano rispettati. Farid ha quasi 40 anni, e in Tunisia ha lasciato la moglie e due bambini. Un maschietto e una femminuccia di otto e cinque anni. Chad e Mohamed. «Quando c’è lavoro riesco a telefonare e a sentirli. Diciamo più o meno ogni due settimane». Lavora dalle 5 del mattino alle 5 del pomeriggio, «lo pagano bene – dicono i connazionali – quattro euro all’ora». «La mia famiglia non sa dove vivo», dice facendo riferimento alle tende. «È meglio non raccontare le condizioni in cui ci troviamo». Riad invece ha 29 anni e un diploma di elettricista. Lavora nelle campagne del casertano dal marzo di quest’anno. È arrivato in Italia alla fine del 2007, partito dalla Tunisia e sbarcato a Lampedusa su un barcone che trasportava 600 persone. Costo del viaggio 1000 euro. È stato fortunato, altri suoi connazionali partiti in seguito hanno sborsato il doppio. Chiama il posto dove vive assieme ad altri ragazzi «case di plastica». «Viviamo sotto gli alberi di pesche», racconta. «Alle 4 del mattino prendiamo l’acqua dalla fontana della piazza, per lavarci». Hanno costruito una tenda un po’ più lontana da quelle dove si dorme, una ventina di metri più in là, adoperata come doccia. Vicino le tende sono stati stesi dei cartoni che fungono da tappeto e luogo di preghiera, ma Riad non prega. «La mia vita è cambiata, ora non prego neanche più, non c’è il posto giusto vivendo in queste condizioni».

 

pubblicato su il mattino del 26/07/09