Il circo mediatico è impazzito. Sarebbe meglio il silenzio
Se fosse stato dedicato la metà del tempo speso a
correre dietro tutti i particolari dell’omicidio della povera
quindicenne Sarah Scazzi, per raccontare chi sono, e che cosa fanno i
militari italiani all’estero… Il cosiddetto circo mediatico è da giorni
impazzito, preda di una febbre insana, che porta alla rincorsa del
particolare di una storia inquietante, una storia di cronaca nera,
ancora una volta consumata nell’ambito familiare; una ricerca che con
la presunzione della nobiltà della investigazione giornalistica,
diventa un inquietante palcoscenico dell’orrore, ma non per quello che
viene raccontato, ma per come ciò viene fatto. Si passa dal “quindi lei
non ha mai visto Michele Misseri?” “No”, “Non l’ha mai conosciuto?”
“No”, alle testimonianze degli amici e delle amiche, alla moviola di un
gesto di rabbia, passando per i sorrisi di Mara Venier e quelli di
Barbara D’Urso.
I tempi del lutto, dell’elaborazione, del
silenzio, scompaiono, e al loro posto troviamo i corpi estranei di
commentatori che appaiono interessatissimi a svelare l’arcano, a
scoprire movente e assassino, spinti quasi da un mandato divino che li
legittima. Così al posto del silenzio che sarebbe dovuto, troviamo la
pubblicità di uno yogurt magro, seguita dalla testimonianza di questo o
quel vicino di casa, che precedono appena l’auto più sicura del
momento, e poi ancora l’indispensabile digestivo, prima di tornar a
parlar dello stupro del corpo senza vita di una ragazzina di 15 anni.
Senza alcuna retorica, senza alcun moralismo, senza alcun intento
demagogico, osserviamo la differenza dei tempi dedicati ad un altro
evento di sangue, avvenuto a pochi giorni di distanza, quello dei 4
soldati morti in Afghanistan durante un’imboscata.
Tre giorni.
Questo è il tempo che il circo mediatico dedica in media a eventi di
questo tipo: il giorno dell’accaduto, il giorno seguente, ed in terzo
giorno, quello del rientro in Italia delle salme, con conseguenti
funerali. Perché tanta disparità? Quei morti ammazzati non fanno
audience? Non interessano? Meglio farne sparire le tracce dal discorso
pubblico il prima possibile? Mettere tutto sotto un tappeto, e
ricominciare? È indubbio che esistano molte differenze, la ragazza di
Avetrana non era in un teatro di guerra, mentre gli alpini si. Ma
fermiamoci un attimo a pensare se non fosse stato meglio che il tempo
utilizzato per parlare del delitto di Sarah, almeno una parte, fosse
stato invece adoperato per raccontarci chi sono i militari che
“mandiamo” all’estero, cosa fanno, senza alcuna retorica. Raccontando
dove si costruiscono scuole e strade, e dove si spara. Uscendo da
un’immagine distorta di una guerra che si fa senza combattere, senza
morti e senza feriti.
È incredibile come si dedichi sempre meno
spazio e attenzione a quelle che sono le vicende dei nostri contingenti
schierati nelle missioni all’estero: Afghanistan, Libano, Balcani,
Somalia, Bosnia… Non sappiamo praticamente nulla, e il pensiero della
maggior parte degli italiani sulle forze armate rimane di stampo
ideologico, basato su pochi fatti. Gioverebbe di più sapere cosa
succede in un normale pattugliamento in Afghanistan, cosa hanno fatto
per la popolazione locale i militari italiani in Kosovo, cosa c’è di
vero nelle ombre della Somalia degli anni ’90, o continuare con i
plastici dei luoghi dei delitti, le inutili domande ai familiari su
cosa stiano provando, e con le riprese di facce distrutte e impotenti,
che nulla tolgono o aggiungono al discorso pubblico, se non un grande
senso di angoscia e disorientamento?
20 ottobre 2010
Pubblicato su ffwebmagazine.it
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