Centoquaranta videocamere di sorveglianza non segnalate adeguatamente e un sistema di rilevamento delle impronte digitali per avere accesso al centro orafo considerato eccessivo. Sono queste le ragioni principali che hanno portato il Garante della Privacy, Autorità presieduta da Francesco Pizzetti (nella seconda foto a destra) a intervenire nei confronti del Tarì, il centro orafo di Marcianise presieduto da Gianni Carità che conta circa 400 imprese del settore dei preziosi. Le disposizioni sono contenute nel bollettino numero 106 dello scorso giugno dell’Autorità per la garanzia dei dati personali, e fanno capo ad un’azione ispettiva svolta dalla Guardia di Finanza per conto dell’autorità garante, del 25 settembre dello scorso anno. Proprio in seguito a quegli accertamenti ispettivi, il Garante ha riscontrato che la società non aveva predisposto nessuna informativa adeguata, né cartelli idonei a segnalare la presenza, sia a lavoratori che dipendenti, delle 140 videocamere poste a sorvegliare l’area. Inoltre, rileva l’autorità, le immagini registrate venivano conservate, senza che ne fosse fornita giustificazione, per periodi di tempo superiori a una settimana, che è il tempo massimo consentito per questo tipo di attività. Di grande interesse inoltre nel campo della tutela dei dati personali, è il caso del sistema di rilevamento e memorizzazione dei dati biometrici, ovvero delle impronte digitali, per avere accesso al centro, adottato dal Tarì. Dai riscontri della Guardia di Finanza è infatti emerso che la società conservava in un data base centralizzato i dati di chi accedeva all’area. Una misura che il Garante ha considerato come invasiva e non idonea. L’Autorità aveva già in passato precisato che a proposito del trattamento dei dati biometrici ricavati dalle impronte digitali, questi possono essere utilizzati solo in casi particolari, e a proposito dei luoghi di lavoro: «per presidiare l’accesso ad aree sensibili». Un sistema considerato «non conforme ai principi di necessità e proporzionalità». A essere finito sotto la lente del Garante è stato anche il metodo utilizzato dalla società del centro orafo a proposito della raccolta del consenso per il trattamento dei dati personali a fini di marketing, e l’autorizzazione per l’utilizzo dei dati biometrici per l’accesso al centro, che venivano raccolti attraverso la stessa modulistica. Il Garante ha ritenuto così inutilizzabili per le finalità di marketing, i dati raccolti secondo questo metodo, e ha proposto l’adozione di altri metodi di accesso al centro orafo, come ad esempio, suggerisce l’autorità: «l’attribuzione a ciascun interessato di un apposito Pin giornaliero». Il Garante per la Privacy ha così prescritto al Tarì «l’adozione di necessarie misure e accorgimenti a garanzia degli interessati» e dunque la segnalazione delle videocamere, la memorizzazione delle immagini per un periodo non superiore a una settimana, il divieto di centralizzare le informazioni biometriche e, nel caso di nuove azioni volte al trattamento dei dati personali, la predisposizione di modelli di raccolta del consenso della clientela che garantiscano maggior chiarezza. Dal Tarì fanno sapere che sono già state adottate misure «adeguate e costosissime» per venire incontro a quanto rilevato dal Garante per la Privacy, e che dunque al momento e «già da tempo» non sussisterebbero più le violazioni evidenziate dalla relazione del Garante. Ad ogni modo – specificano dal Tarì – visto che da quanto scritto nel bollettino sembrerebbe che la società abbia agito con metodi superficiali, sono stati attivati gli uffici legali.

 

pubblicato su Il Mattino il 23/09/2009

(l’immagine è tratta da internet e non si riferisce al centro orafo in questione)