Il ritorno dell’incubo

CASERTA. Nei pressi della discarica Lo Uttaro, teatro di sversamenti per troppi anni, un manifesto del Comune vieta qualsiasi utilizzo dell’acqua dei pozzi. Nonostante le promesse, la bomba ecologica è ancora lì.
Una foto fatta con un cellulare e pubblicata su facebook. Tanto è bastato per riaprire l’allarme su una delle zone più inquinate d’Italia, quella al confine con le città di Caserta, San Nicola la Strada, Maddaloni e San Marco Evangelista. Lo scatto ritrae un manifesto del Comune di San Nicola in cui si vieta qualsiasi utilizzo dell’acqua dei pozzi della zona ex Saint Gobain.
Una comunicazione arrivata dopo che l’Arpac ha trasmesso i dati relativi gli esiti delle analisi effettuate sui campioni delle acque sotterranee prelevate in zona: valori eccedenti i limiti consentiti di arsenico e metalli tossici, dunque “grave pericolo per la salute pubblica”. Solo un’amara conferma per la gente del posto. Da decenni le campagne della zona Lo Uttaro sono state sottratte alla vocazione agricola, per essere utilizzate come deposito di qualsiasi tipo di materiale di scarto, proveniente da qualsiasi parte. Chi ha più di 40 anni, a San Nicola la Strada, cittadina di 21mila abitanti ad un chilometro dalla Reggia di Caserta, sa che decine e decine di camion arrivavano per scaricare nelle discariche della zona. Zero controlli, zero sicurezza.
Un camionista residente in zona racconta che per andare a scaricare in quella zona, di notte, la paga era molto più alta di quella normale, che si percepiva durante il giorno, ma che di sicuro il pericolo era maggiore per il tipo di materiale trasportato. «Venivano a scaricare dalla Toscana, senza alcun controllo. A quel tempo ero un ragazzino» dice una persona che attualmente siede nel consiglio comunale della città. Ma la zona Lo Uttaro non ha ospitato solo discariche. Negli anni ’70 era l’industria Saint Gobain, che produceva vetri per automobili, che scaricava le acque di scarico provenienti dalla sua produzione, in alcune cave della zona. «Li chiamavamo i laghi rossi», dicono alcune persone, oggi sulla sessantina. «Durante la stagione andavamo a farci il bagno». Da cosa deriva dunque l’allarme che arriva oggi dall’Arpa, l’Agenzia regionale per l’Ambiente? Dalle discariche abusive del passato, o dagli scarichi della Saint Gobain?
Ma non c’è solo questo. Altre discariche, di più recente allestimento sono state impiantante in quella zona. Nel marzo 2001 il responsabile della struttura tecnica del Prefetto Delegato all’emergenza rifiuti, l’ingegner Bruno Orrico, in una relazione tecnica parla di falde acquifere intercettate da scavi eseguiti in una cava che erano andati molto oltre il consentito. Nel 2003 il Prefetto delegato parla di rifiuti scaricati in quella cava, rifiuti «di dubbia ed incerta natura». Infine nel 2005 la Regione Campania, il Commissario per l’Emergenza Bonifiche e Tutela delle Acque nella Regione Campania inseriscono quel sito nella lista dei Siti di Interesse Nazionale da sottoporre a messa in sicurezza e bonifica integrale.
Storie di carteggi che però hanno portato sempre ad un unico risultato: decine di camion che hanno continuato a scaricare di tutto. Nessuna bonifica fino ad ora, nonostante le tante promesse fatte. Non ultima quella di Guido Bertolaso, nel momento in cui sottoscriveva il Protocollo di intesa con l’amministrazione provinciale ed il Comune di Caserta per aprire una nuova discarica nel 2007, discarica denominata Lo Uttaro. Il 23 dicembre 2009, l’assessore regionale all’Ambiente Walter Ganapini dice: «Abbiamo riscontrato che l’insorgenza di leucemie e forme tumorali nel quartiere Acquavia è riconducibile all’inquinamento della falda provocato dai liquami che dai fondali di Lo Uttaro arrivano nella falda».
Parole gravissime di un amministratore pubblico che, però, non hanno trovato riscontri e reazioni, destinati purtroppo a perdersi nella memoria. Proprio come l’anonimo manifesto affisso dal Comune di San Nicola la Strada. Per questo oggi un gruppo di giovani artisti, fotografi, grafici e scrittori, il Collettivo Latrones, ha deciso di dar vita ad una campagna informativa anticonvenzionale. Adesivi, manifesti, iniziative on the road. Una mobilitazione dal basso per sensibilizzare la popolazione, per chiedere la verità su una zona che ha inghiottito di tutto, per troppo tempo. E che, ora, avvelenata, ha deciso di dire basta.
pubblicato su Terra, il 12/06/2010
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