Incubo di una notte di mezza estate - Racconto
La birra che scorreva nelle vene era poca, davvero poca. Di questo ne era sicuro, perchè in altre situazioni ne aveva ingerita molta di più senza risentirne. E allora non riusciva a spiegarsi quelle figure deformate che si agitavano di fronte a lui, attorno a lui.
Gli amici erano andati via da un pò, ma lui non aveva alcuna voglia di tornare a casa, nonostante l'ora fosse tarda, e la stanchezza non mancava di farsi sentire. Ingrana la prima, gira le chiavi, innesta il motore. Seconda, terza, e via nelle strade di quella città deserta.
Niente musica. Meglio ascoltare il nulla di quella città. Quei piccoli rumori e lamenti che una città deserta può emettere per chi sia pronto ad ascoltarli. Se resti immobile, nel più totale silenzio forse puoi sentirli. Puoi sentire il calore fuoriuscire dall'asfalto, il ronzio della luce arancio di un lampione, un motore che corre chissà dove.. Tutto è immobile. Tutto si muove.
Come in una grande foresta. Come in uno sperduto villaggio preistorico.
Passa tra palazzi immobili e fedeli in strade deserte. Attenderanno per sempre il ritorno dei padroni. Fermi. Immutabili. In un continuo processo di disgregazione. Lento, invisibile, inesorabile.
Due grosse dita, come pinze, gli entrano su per le narici. Lo attaccano, improvvisamente. La sensazione è fortissima. Il chirurgo sta tentando di strappargli i polmoni tirandoglieli su direttamente dal naso. Cerca di soffiare via quel bisturi dalle narici. Soffia forte. Qualcosa non va, le unghie di quelle lunghe mani invisibili sono forti, solide, sono raspose, e si attaccano ovunque, le sente dentro di sè. Lo stomaco! Sono arrivate allo stomaco! Stanno grattando ovunque, strappano pezzi di carne dall'interno. Lo stomaco cerca di fuggire via, assume quasi volontà propria, e vorrebbe schizzare fuori e fuggire da quella morsa, da quella violenza.
Gli viene da vomitare. Il piede preme l'accelleratore per fuggire via da li, per non dover subire quella violenza.
Si guarda attorno, alza lo sguardo.
Le finestre sono tutte chiuse. Le tapparelle abbassate. Com'è possibile? Dov'è finita la gente?
Ma certo!! Sono tutti via, al mare. Oppure.. Oppure sono chiusi nelle proprie case, sigillati, per non essere catturati e fatti schiavi di quelle lunghe rugose mani invisibili che ti salgono su per il naso e cercano di strapparti via i polmoni.
Si, doveva essere così.
Scappa. Corre. La macchina surriscalda il motore.
Si ritrova al centro del paese, e quel demonio sembra essere più lontano, meno forte.
Ma lui sa che potrebbe durare poco, che potrebbe essere raggiunto da un momento all'altro. E così corre via, senza voltarsi. Corre a casa.
Quale luogo è più sicuro della propria casa.
Una volta giunto, scopre che il demonio era lì.
Lo attendeva, beffardo, sghignazzante. Così gli parve. Chiuse le finestre, sbarrò tutto, calò rapidamente la tapparella. Voleva proteggersi a tutti i costi da quella trappola schifosa, da quella trappola mortale.
Poi tutto gli fu chiaro.
Il demonio non era felice di fare quello che faceva. Il demonio non aveva volontà sua. Il demonio era stato provocato dagli esseri umani. Era stato evocato e resuscitato. Era stato portato nel mondo dei vivi e ora prendeva forme sue, senza che nessuno potesse controllarlo.
La stanza gli sembrò più buia del solito.
Non volle accendere il condizionatore per rinfrescare l'aria. Si accontentò di non sentire più forte l'alito fetido di quel essere immondo che si aggirava ora sulla sua terra, tra i suoi ortaggi, tra le sue genti. E si addormentò.
giulio finotti
(tra i ricordi che hanno ispirato questo breve racconto voglio citare la lettura di "Incubo" di Antonio Tabucchi, pubblicato sul volume "Non siamo in vendita – Voci contro il regime" edito da arcanalibri nel 2002)
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