Intervista alla professoressa Giuseppina De Biase

La criminalità organizzata, trae la sua manovalanza dai contesti degradati e dall’ignoranza. La scuola assieme alla famiglia è l’istituzione maggiormente coinvolta e responsabile della formazione dei futuri cittadini. Che ruolo svolge e quanto può pesare nella vita dei ragazzi in contesti come quello di Casal di Principe? Ne abbiamo parlato con la professoressa Giuseppina De Biase, insegnante in una scuola media di Casale per 12 anni.

In quale scuola ha insegnato e per quanto tempo?

Sono stata dal 1990 al 2002 insegnante presso la scuola media Dante Alighieri di Casal di Principe.

La scuola ha un ruolo fondamentale nella formazione del cittadino. In terra di camorra svolge effettivamente questo ruolo? Come viene vissuta dai ragazzi?

Per 3 anni abbiamo lavorato in una scuola a rischio, per cui c’erano attività per coinvolgere i ragazzi anche di pomeriggio. Devo dire la verità, c’è stata una grande partecipazione e abbiamo cercato di dar loro un punto di riferimento non solo didattico, ma anche educativo, perché quando parli con ragazzi che stanno in quell’ambiente devi per forza offrire loro qualcosa di diverso, altrimenti restano con le loro idee.

Che tipo di attività svolgevate al di fuori della pura didattica?

La scuola con la sua struttura, con i suoi strumenti non è che ha grosse possibilità, anche se noi facevamo letture, cineforum.. siamo entrati nel circuito del giralibro.. Abbiamo partecipato a diversi concorsi nazionali. Partecipando ai concorsi ci siamo piazzati ai primi posti e abbiamo vinto dei computer, proprio all’inizio, quando il pc veniva proposto timidamente nella scuola.

Abbiamo partecipato a vari concorsi nazionali: uno indetto dalla fiat, un altro con la colla uhu, e poi con la casa editrice Garzanti. In pratica nella lavorazione di un libro abbiamo formato una redazione all’interno delle scuole ed i ragazzi ricoprivano diversi ruoli.

I ragazzi si sentivano coinvolti in queste attività? Erano contenti?

Ne erano contenti, ma una volta usciti dalla scuola tornavano alle loro famiglie. La scuola influisce certamente sulla loro formazione, ma bisogna tener conto del fatto che poi dipende anche dai vari contesti nei quali sono inseriti.

Svolgevano altre attività dopo la scuola? Lavoravano?

Lavoricchiavano, nei fine settimana o dal meccanico,o in qualche bar… ma non avevano un’attività lavorativa vera e propria.

Non praticavano sport?

Partecipavano ai giochi della gioventù della scuola, ma al di là di questo no..

Ha avuto esperienze in altre scuole? Ha trovato differenze rispetto a Casal di Principe?

Io ho lavorato sempre in contesti molto difficili, ci sono stati sempre problemi da affrontare. Sono stata ad Ercolano, San Giorgio a Cremano, Caivano, Cardito, Afragola, quindi differenze eclatanti non ce n’erano.. quindi ho trovato il ragazzo educato, con alcuni principi anche a Caivano o Casal di Principe..

I genitori partecipano attivamente alla vita scolastica dei propri figli?

Loro ci tengono. I ragazzi sono seguiti, almeno quelli che hanno dietro le spalle delle famiglie che vedono nel titolo di studio qualcosa che possa farli crescere dal punto di vista lavorativo, ci tenevano a trovare le migliori sezioni, a procurare il materiale, i libri.. Poi c’erano famiglie deprivate culturalmente che mandavano i figli tanto per mandarli.

E i ragazzi sentono l’importanza di avere un titolo di studio?

Si, anche se a volte credono di poterlo ottenere senza seguire l’iter classico.. Sono molti ad esempio quelli che si presentano da privatisti.

Quindi si interessano alle attività didattiche?

Si interessavano molto alle cose pratiche. Quindi fino a un certo punto si interessavano alla grammatica, alla storia.. Erano molto partecipi ad esempio quando toccavo fatti di cronaca, che riguardavano persone del loro ambiente.

Qualcuno dei suoi alunni è stato mai coinvolto in episodi di criminalità?

Fortunatamente non sono mai stati protagonisti di fatti di cronaca. Però ancora oggi ho paura di trovare i loro nomi sui giornali.

Nel corso degli anni ha mai avuto come alunni figli di famiglie appartenenti a clan?

Lì un po’ tutti avevano qualche parente…

Io ho avuto per 3 anni il figlio di Francesco Schiavone, Ivanhoe un ragazzo intelligentissimo, l’unico con cui ho potuto parlare di politica. Di pomeriggio non faceva i compiti, ma era capace di studiare la lezione in classe in un quarto d’ora, aveva delle potenzialità molto evidenti. Scrisse anche un articolo per il giornale della scuola, un articolo sulla guerra, alla quale era contrario.

Era seguito dalla famiglia? In generale che tipo di rapporto c’era con i genitori dei ragazzi?

Si, la mamma veniva ai colloqui normalmente, veniva a parlare con me. Ci tenevano, non ho mai avuto problemi di mandarli a chiamare, lo seguivano. Anzi, ho avuto molti più problemi con famiglie molto deprivate culturalmente che affidavano all’insegnante qualsiasi compito.

Emergevano rapporti di leadership all’interno della classe?

Quando ho avuto Schiavone c’erano dei rapporti di leadership, lui emergeva, per intelligenza, per prontezza, per cui quando un ragazzo emerge viene riconosciuto anche dai ragazzi come leader.

La posizione di leader quindi derivava da sue capacità o dal suo cognome?

Il timore c’era più per ciò che rappresentava, che per quello che faceva lui. Loro sapevano chi era, ma lui non è che (almeno davanti a me) facesse chissà ché, io non ho mai dovuto dire: “che stai facendo”, o “chi ti credi di essere”.

Ci si sente più responsabilizzati avendo dinanzi situazioni particolari come quella che ha descritto?

Io penso che il nostro insegnamento non deve essere mirato ad una persona, ma a tutti. Poi è normale che se il mio insegnamento viene recepito da una persona in un certo modo è perché il suo contesto è diverso.

Lei ha vissuto Casal di Principe in un periodo molto ‘caldo’. Era lì per esempio quando è stato ucciso don Peppino Diana. Come hanno reagito i ragazzi?

L’hanno presa male, hanno fatto dei cortei, erano interessati a capire. Loro si erano fatti l’idea che magari avesse dato fastidio a qualcuno, ma assolutamente non pensavano se lo fosse meritato. Partecipavano e volevano sapere. Nessuno dei miei alunni lo conosceva di persona dato che non frequentavano la parrocchia di don Peppino. Io poi non vivevo il paese, una volta terminato l’orario scolastico tornavo a Caserta, per cui il tempo che passavo con i ragazzi era limitato.

Quando lei è arrivata a Casale i colleghi le hanno dato qualche consiglio?

I miei colleghi non mi hanno dato dei consigli, ma io sono il tipo che non parte prevenuto. Io ti credo fino a un certo punto, poi lo devo sperimentare.

Ha mai subito minacce?

Non ho mai avuto minacce, anzi manifestazioni di stima, perché quando si lavora per i propri figli si viene compresi. Devo dire che c’era molto rispetto nei confronti della figura dell’insegnante.

Alla luce della sua esperienza, quanto la scuola influisce e può influire sulla formazione dei ragazzi, verso una cultura della legalità e nel sottrarre manovalanza alla criminalità organizzata?

La scuola può influire e può anche non influire, perché le ore che passiamo con gli alunni sono poche, ma a volte conta anche la qualità dell’insegnamento: noi buttiamo i semini e poi vediamo se le piantine crescono bene o meno. La scuola dovrebbe essere a tempo pieno ma con le strutture adeguate. Se ci fosse una sala, un cineforum, dove chiamare esperti, se ci fossero laboratori di lingue, io penso che si potrebbe ottenere molto di più. Noi lavoriamo con pochissime strutture, pochissimi soldi. La figura dell’insegnante, dovrebbe essere considerata al pari di quella di un medico. Anche noi abbiamo la vita delle persone nelle nostre mani, e il nostro è un compito per certi versi anche più delicato.



L'intervista è a cura di: Barbara Arnoldo e Giulio Finotti