Ogni giorno, decine di persone, decine di centinaia di persone, probabilmente migliaia, si iscrivono a gruppi su Facebook per aderire a proteste di vario tipo: contro questa legge, o contro quelle dichiarazioni di quel determinato gruppo politico, o contro alcuni atteggiamenti razzisti di una parte dei parlamentari italiani, e così via.

Un atteggiamento di adesione a un sentimento di fastidio, di disapprovazione. E’ come alzare il cartellino giallo, o quello rosso, per usare la metafora calcistica, o le palette con i voti, secondo la metafora dei concorsi di bellezza, altrettanto popolari del pallone in questo paese.


La funzione "mi piace"
, così come l’adesione a gruppi come quelli sopra citati, sono la contemporanea forma di pollice verso, applicata dalla nostra società. Molto spesso quello che "si avversa" resta però solo su internet, e solo in rete se ne parla e se ne discute. Non nei bar, nei locali dell’intrattenimento, nei luoghi dell’incontro.

La pubblica piazza è diventata facebook, ed è in questo moderno agorà che si consuma la nostra contrarietà ad atti o politiche che non condividiamo e che ci provocano finanche disgusto. E’ la sublimazione della protesta.
Attraverso questa adesione di massa a centinaia di gruppi contro quel politico, quel corruttore, quel partito, quelle leggi, abbiamo la sensazione di aver fatto il nostro dovere. Un dovere di cyber-cittadini. La rabbia e/o la frustrazione vivono la loro catarsi, e non resta traccia di questa nostra attività politica nella vita al di fuori del monitor.

 

 

Molti diranno che non è così, che è proprio la rete ad essere canalizzatore e magnete per i movimenti di protesta, ma la realtà è che, seppur la rete in alcuni casi può dare una mano in termini di aggregazione, di organizzazione o di incontro di persone che la pensano come noi, in generale, per la maggior parte dei casi, quello che si verifica è una sublimazione della protesta. Questa si consuma e si verifica solo in rete, attraverso la rete e per la rete. E’ un rito sociale nuovo, cui quasi non si può non partecipare, ma che ha il risultato di svuotare le piazze.

Ognuno protesta per sè. E’ un fatto personale, privato, quasi intimo, ma che va fatto nel pubblico di internet, dinanzi l’audience di facebook. Il fiato, il sudore e la fatica, o l’adrenalina, la rabbia, quella ormonale, che trasuda, quella trasmessa in maniera chimica, che si può avvertire solo col contatto umano, scompare. Le piazze si svuotano, nel senso ovviamente della protesta, dei cori, degli striscioni e delle bandiere eventualmente. E quando ci si ritrova dinanzi ad un sopruso, che pure tocca molti, si rimane sostanzialmente soli. A meno che di creare un gruppo su facebook e ricevere, lì sì, la pronta solidarietà di centinaia di affettuosissimi empatici sconosciuti.