Tendopoli dei braccianti stagionali nelle campagne e nei pescheti. Tredici ore di lavoro per 30 euro

Le chiamano kaima, tende. Sono costruzioni fatte con pezzi di materiale vario trovato tra i rifiuti di cui sono piene certe campagne della provincia casertana. Vecchi teli di plastica usati per le serre, stoffe, ma anche lastre di eternit, cartoni, pezzi di legno di vecchi mobili abbandonati per strada messi insieme alla meno peggio. È il volto nascosto dell’agricoltura in provincia di Caserta. A Parete, tra un campo coltivato e l’altro, vivono sotto gli alberi decine di immigrati. Sono i lavoratori del comparto agricolo. Circa 200, secondo le associazioni di volontariato locali, ma che arrivano anche a 500 nei periodi in cui la produzione è maggiore, come quando si devono raccogliere le fragole, prodotto d’eccellenza del territorio. Lavoratori a nero, senza diritti e senza permesso di soggiorno. Praticamente invisibili. Eppure «la nostra economia si regge su di loro», dice Daria Iavarone, assessore all’Istruzione del Comune di Parete. «I figli dei nostri contadini sono tutti laureati, quindi se non ci fossero questi immigrati non ci sarebbe nessuno a lavorare le nostre terre». Seguono il ritmo delle stagioni. Molti sono arrivati a marzo, e partiranno tra pochi giorni per la Puglia, tappa la provincia di Foggia, dove si sistemeranno in un ghetto per la raccolta dei pomodori. Anche lì alla mercé del caporalato. Altri andranno invece in Sicilia, per le arance, e poi per l’uva, e tra qualche mese di nuovo a Parete. Molti infatti tornano, e risiedono qui da anni. Si tratta di sistemazioni completamente nuove rispetto ai modelli conosciuti del passato più o meno recente. «Una situazione molto diversa da quello che era il ghetto di Villa Literno – dice l’imam di San Marcellino, Nasser Hidouri – dove vi erano un tessuto sociale e un’architettura, luoghi di incontro e aggregazione». Molto diverso anche dal degrado di Castelvolturno dove, pure in situazioni estreme, molti immigrati vivono stipati in case affittate a nero, o occupate, ma dove sono presenti servizi igienici, mura per difendersi dal caldo e dal freddo, da animali o altre insidie, e dove soprattutto c’è un tetto. A Parete nulla di tutto ciò. Tende. Sparse in piccole aggregazioni lungo pezzi di terreno non coltivati, a pochi passi da abitazioni dove si affacciano antenne satellitari. Vi abitano tunisini, egiziani, marocchini, algerini. Hanno una certa ritrosia a mostrare i posti in cui vivono. «Non vorremmo che gli italiani vedessero che viviamo in queste condizioni – dice uno di loro – non vorremmo vivere così». Tra le 4 e le 5 del mattino si recano nella piazza del paese per prendere l’acqua con la quale lavarsi prima di recarsi nei campi di lavoro, dove sono portati con i camion dei «padroni». Tra i 20 e i 30 euro la paga giornaliera. Diversi gli orari di lavoro, a seconda del raccolto da fare si arriva fino alle 13 ore al giorno. La sera cercano di non uscire, in molti sono stati malmenati o minacciati, qualcuno è stato rapinato. «È pericoloso uscire, la sera c’è la caccia al marocchino».

 

pubblicato su il mattino del 26/07/09