L’emergenza culturale
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Ci sono, in Campania, accanto alle piú note emergenze ambientali, altre emergenze non meno gravi, se non addirittura molto piú preoccupanti delle prime. Una di queste, quella che racchiude in sé tutto il dramma della nostra disastrata regione, è l’emergenza culturale.
In particolar modo farò riferimento alla città di Caserta.
Nessuna presunzione di superiorità, nessuna esibita saccenza. Qui si parla del fatto che «qualunque commerciante di tessuti, proprietario di agriturismo, notabiluccio locale, o sedicente artista si mette a organizzare con l’appoggio di qualche politico eventi né grandi né piccoli, ma pessimi», come dice ancora
Nulla contro la mozzarella, cosidetto oro bianco di questa terra, e volendo neppure abbiamo nulla in contrario alle manifestazioni volte a promuoverne la bontà, dopo le catastrofi dei rifiuti e della diossina che ne hanno dimezzato le vendite. Ma questo è il paradigma di un territorio interessato a promuovere solo il bene che appare economicamente piú vantaggioso. In questo momento la mozzarella è un ottimo prodotto caseario proveniente da una regione semi-anonima se non per i suoi camorristi, i suoi rifiuti e le sue possibili malattie. Fare sistema significherebbe valorizzare i beni culturali di questa terra, cosí da far diventare la mozzarella un ottimo prodotto caseario proveniente da una splendida terra di arte e cultura.
Ma oltre ai monumenti, ai musei e agli eventi organizzati per accrescere portafogli e carriere di pochi, bisogna anche analizzare l’altro aspetto della cultura in città. Quello fatto di un associazionismo troppo spesso riproduttore delle stesse malate dinamiche della politica del piacere, della clientela, volto a racimolare fondi, se non vera e propria longa manus di poteri politici. Bisogna menzionare la struttura urbana di una città sviluppatasi senza spazi sociali. I quartieri dell’edilizia o dell’ex-edilizia popolare sono cresciuti senza spazi aggregativi, se non quei pochi necessari a far passare le strade tra i palazzi. I pochi parchi costruiti sono cosí diventati la zona di nessuno utile per lo spaccio, o comunque luoghi in cui le persone non si sentono al sicuro. Proprio perchè al di fuori di una logica di comunità, quegli spazi non sono di nessuno; cosí nessuno li sente propri e nessuno li difende.
I luoghi dell’incontro, dello scambio, sono davvero pochi. Ridotti all’osso. Quelli conquistati “con la forza”, tipo il laboratorio sociale Millepiani di Falciano o l’ex-Canapificio di viale Ellittico, sono visti come elitari dalla maggioranza della popolazione, bollati come luoghi frequentati da persone con determinate caratteristiche sociali, siano queste di colore politico, di abbigliamento, di gusti musicali. Spesso poi anche il pregiudizio nei contronti di questi luoghi aggregativi conquistati con fatica e lavoro contribuisce a tener lontani i giovani dal frequentarli.
I cinema sono diventati i multicinema. L’unica sala al centro della città non ha un posto dove parcheggiare l’auto. Il parcheggio di piazza Carlo III non è considerato sicuro da frequentare di giorno, figuriamoci di notte. Poi però vengono a girare i film di Hollywood nella Reggia. Nessuno ne sa niente. La città non è coinvolta; e il Cinema, e quel poco di interesse culturale che poteva suscitare, se ne va cosí come era venuto. Nell’indifferenza piú totale. O meglio (o peggio) nella assoluta non consapevolezza di una città indaffarata a tirare a campare nonostante tutto.
Noi vogliamo promuovere la mozzarella, ma non bonifichiamo il territorio. Vogliamo promuovere il litorale domizio, ma le strade e i paesi da Mondragone a Castel Volturno sono peggio del West di Clint Eastwood. Vogliamo promuovere il turismo in città e lasciamo
Siamo impantanati nel pantano da noi stesso creato, e non sembriamo in grado di venirne fuori. I posti chiave sono ancora nelle mani di vecchi burocrati troppo affezionati alle loro poltrone, e i giovani che con fatica e sacrificio hanno maturato esperienze e competenze nel mondo dell’università e del lavoro sono tenuti ai margini se non fuori dai giochi, e costretti all’emigrazione.
Le poche cose buone che si fanno sono opera di piccoli gruppi sparsi di volenterosi che vanno avanti come partigiani in una terra occupata.
Ma a noi interessa solo continuare a vendere la nostra mozzarella. Come diceva Sofia Loren: «Accattatavill’!!».
Commenti (3)
Anonimo · 06/07/2008
Anonimo · 15/07/2008
Anonimo · 15/07/2008