Nessuno è senza colpe

Nessuno è senza colpe. Bisognerà ripartire da queste parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel giorno della sua visita agli sfollati del terremoto che ha colpito le popolazioni dell’Abruzzo per rendere davvero giustizia ai tanti morti, ai tanti rimasti feriti, ai tantissimi rimasti senza più una casa. Senza giri di parole o formalismi il Capo dello Stato ha lasciato nella storia il peso di una verità che non potrà essere ignorata: questa grande tragedia poteva in qualche modo essere evitata, poteva quantomeno essere contenuta nel numero delle vittime e nella dimensione del danno, e se così non è stato è per la responsabilità di qualcuno cui si dovrà dare nome e cognome. Le colpe sono quelle di costruzioni eseguite con evidenza senza rispettare le norme antisismiche vigenti in questo paese, che lo ricordiamo, sono leggi dello Stato, e come tali devono essere rispettate, alla stregua di tutte le altre leggi. E invece qualcuno non ha rispettato le leggi, e qualcun altro non ha controllato che queste fossero applicate, e così facendo, non rispettando le leggi dello Stato, queste persone non hanno rispettato l’Uomo, i diritti fondamentali e le regole del vivere civile. Nessuno potrà mai dimenticare.
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IN VIAGGIO
La strada è deserta. Si va nella direzione opposta a quella in cui vanno tutte le altre macchine che si incontrano lungo la strada. Si entra nel cuore dell’Abruzzo, nel ventre d’una Italia ferita brutalmente, e scompaiono le forme di vita attorno. Dai finestrini dell’auto si scorgono in lontananza presepi arroccati su pizzi di montagna, dove svetta sempre un campanile, e ci si chiede se siano abitati quei posti così difficili da raggiungere, così lontani dal mondo. Si passa un casello autostradale fantasma, nessun blocco, nessun controllo della polizia. Del resto chi si mette in viaggio per raggiungere L’Aquila in questi giorni? Gli unici mezzi che si incrociano sono degli enormi camion sigillati con nastro adesivo riportante le scritte “Ministero dell’Interno” o “Protezione Civile”. Ecco il casello d’uscita: L’Aquila. Si paga il pedaggio come se nulla fosse successo. Sulla destra appare una prima tendopoli. Entrando in paese una delle prime cose che si vede è una vecchia caserma ormai non più utilizzata dove si formavano centinaia di migliaia di giovani ogni anno. Per decenni. Di qui sono passate generazioni di italiani, provenienti da tutte le parti d’Italia. Alcuni si sono fermati all’Aquila, dove si sono sposati ed hanno avuto dei figli. Altri hanno portato pezzi d’Abruzzo nel cuore in altre parti della penisola.
L’ARRIVO
Ci sono auto della polizia e dell’esercito in giro, ma i primi palazzi che si vedono sembrano intatti. Proseguendo ci incolonniamo in un fiume di automobili, come se si stesse in un qualsiasi altro capoluogo di provincia all’ora di entrata del lavoro. Intanto ecco le prime crepe, le prime finestre distrutte, i primi pezzi di cornicione venuti giù, gli intonaci che non hanno retto, e le prime scuole chiuse. Parcheggiamo nei pressi della Facoltà di Economia. Alla nostra sinistra, poche decine di metri prima, l’ingresso del campo sportivo, trasformato in tendopoli. Si prosegue a piedi. Non conosciamo il territorio, e chiediamo informazioni ai passanti, tutti aquilani. Gentilissimi. Si raggiunge il centro del paese in un attimo, e in un attimo si è di fronte alla catastrofe. Una ruspa enorme sovrasta una montagna di macerie, quel che resta di un palazzo, posizionato proprio al centro di una serie di altri palazzi, tutti gravemente danneggiati, che stranamente si ritrovano a formare una tetra cornice alla scena data in pasto alle videcamere delle televisioni di mezzo mondo posizionate sul marciapiede di fronte, sull’altro lato della strada.
Operatori dei soccorsi si alternano, scavando con le mani, alla ruspa che sposta enormi pezzi di cemento mescolati a pezzi di oggetti di vite che non esistono più. Si alzano nuvole di polvere di morte che respiriamo. La distruzione portata dal terremoto ci entra dentro. Tutto attorno è un alternarsi di dirette tv e di cronisti che raccontano spezzoni di quello che accade innanzi ai loro occhi. Dalle macerie spuntano gli album portafotografie che regalano i fotografi quando sviluppi le foto. Vengono riposti con cura su un muretto a margine delle macerie. Nessuno ha il coraggio di aprirli. Poi una persona con la divisa della Finanza ne sfoglia le pagine. Il giovanissimo militare che le aveva estratte tra la polvere riesce a tenere gli occhi sulle foto solo per poco, poi torna indietro. Continua a prendere altri oggetti e a riporli con delicato rispetto sul muretto. All’improvviso una scossa. Forte. Si incrociano sguardi atterriti, poi l’istinto o la razionalità, chi può dirlo, spingono in molti verso il centro della strada, il più lontano possibile dai palazzi circostanti. E’ un attimo. Tre, forse 4 secondi. Terrore puro. Un assaggio di quello che possono aver provato centinaia di migliaia di persone la notte del 5 aprile.
IL CENTRO STORICO
Ci spostiamo più avanti, procediamo verso il centro cittadino. Mura distrutte, targhe di marmo a ricordare nomi di strade spezzate in più punti giacciono a terra in frantumi. E’ tutto chiuso a L’Aquila. Case, chiese, scuole, negozi. Tutto terribilmente fermo. Tranne l’acqua. Quella che fuoriesce a getto continuo dalle tubature spezzate, e che dal sottosuolo emerge qua e là dall’asfalto.
La casa dello studente a due passi dalla parte più antica e al contempo più colpita dal sisma, è il simbolo della morte e della distruzione di questa tragedia, delle vite spezzate, ma anche di un dramma fatto di palazzi dello Stato e luoghi deputati all’accoglienza (come l’Ospedale o lo stesso studentato), inginocchiatisi miserevolmente su se stessi. Si cercano i ragazzi, gli studenti. Ogni tanto il silenzio che ognuno ha dentro di se è squarciato dalle sirene di qualche ambulanza che attraversa la città, portando con sé anche una piccola speranza di trovare qualcuno ancora in vita sotto le macerie.
Attraversiamo le strade del centro trovando distruzione ovunque. Ma la scena che più di tutte probabilmente risulta shoccante è quello che si vede da una terrazza del centro che affaccia su un parco pubblico diventato un enorme cumulo di macerie sulle quali svettano ben 3 gigantesche ruspe che spostano tonnellate di cemento. Una visione che lascia senza fiato. Da quelle macerie i vigili del fuoco al lavoro estraggono un corpo che viene poi riposto in un’ambulanza. Un signore viene preso sotto braccio da una donna che gli chiede “Era lei? Era tua moglie?”. L’uomo risponde con aria sofferta e pesante “No”. “L’hai vista?” chiede ancora la donna. L’uomo affranto spiega che ha chiesto ai vigili di vedere solo i capelli, così ha effettuato il riconoscimento. E così le domande proseguono ancora un po’ da parte della donna per capire se si trattava di una persona di propria conoscenza. E’ il triste rito che tocca a chi è rimasto in vita.
Il centro storico è devastato. E’ un miracolo che facciano passare giornalisti e fotografi, perché in molti vicoli si rischiano crolli e caduta di tegole dai tetti. Un’imprudenza cui sarà posto rimedio di lì a poche ore vietando l’ingresso in tutto il centro cittadino. Automobili schiacciate sotto i blocchi di cemento e mattoni, e grossi marmi staccatisi da chiese secolari sono il cimitero del centro dell’Abruzzo. Per quanti anni questa città non potrà più essere abitata? Per quanto tempo queste case rimarranno distrutte, inagibili, fantasmi?
ONNA
A pochi chilometri da L’Aquila c’è Onna, il paesino tristemente divenuto noto per essere stato raso al suolo. Luogo dell’epicentro. La scena è devastante. Le stradine di un paesino delizioso, da cartolina, sono occupate da tonnellate di macerie. Le case rimaste in piedi sono irriparabilmente sventrate. Dalle mura fuoriescono oggetti di una quotidianità violentata, e dalle macerie in terra spunta qualche fumetto, un pezzo di chitarra, uno sci, un paio di cappottini per bambini. Poco più in là, e in qualche cortile sopravvisuto alcuni animali ormai senza padrone continuano ignari a brucare o beccare in terra.
Andiamo via mentre una bambina fotografa il cartello segnaletico che indica “Onna” con una sbarra rossa che segnala la fine dei confini del paese. Il sole tramonta, e nelle tendopoli ci si prepara alla notte.
(pubblicato anche su Sabato non solo Sport)
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