Sicurezza con le toppe

Vi proponiamo l'analisi del magistrato antimafia Raffaele Cantone sulla questione giustizia sollevata dopo l'omicidio di Tor di Quinto a Roma.
Dopo l’episodio da «arancia meccanica» di Roma, il governo è corso ai ripari approvando un decreto legge che dovrebbe essere una prima risposta alla sensazione che sale forte dal Paese di un aumento della criminalità violenta e predatoria. Il decreto, immediatamente operativo, è stato stralciato dal più ampio «pacchetto sicurezza» che consta di ben cinque disegni di legge, predisposti dall’esecutivo per affrontare in modo organico il tema della sicurezza urbana. Su quest’ultimo, una sorta di provvedimento omnibus nel quale è finita anche la modifica del falso in bilancio, il giudizio è variegato, con luci e ombre. Accanto al tentativo meritorio di affrontare la questione a tutto tondo, correggendo anche norme processuali e intervenendo sul sistema delle misure di prevenzione patrimoniale, vi sono disposizioni di dubbia utilità, come quelle che inaspriscono le pene per la vendita di prodotti contraffatti o le introducono per graffitari o lavavetri. È, però, probabile (certo non auspicabile) che il tutto, per le note difficoltà della maggioranza e per l’ostilità preconcetta dell’opposizione, potrebbe esaurirsi nell’effetto annuncio, finendo nel calderone delle tante riforme mai fatte. Il decreto approvato è intervenuto solo sul tema delle espulsioni dei cittadini comunitari pericolosi, lasciando nel limbo dell’esame parlamentare gli altri punti. La normativa che consente ai prefetti di adottare provvedimenti di allontanamento e che introduce una sanzione penale per i casi di inosservanza è in linea di principio condivisibile, perché colma una lacuna del sistema e dà esecuzione a una direttiva comunitaria da tempo emanata.
È un atto, inoltre, opportuno alla luce delle statistiche che dimostrano l’aumento soprattutto del numero di reati commessi da cittadini provenienti da Paesi dell’ex blocco sovietico, oggi transitati nella comunità europea. Non è un provvedimento discriminatorio, perché colpendo i soli fenomeni di devianza, garantisce gli altri immigrati, quelli onesti, dai pericoli di generalizzazioni. Il meccanismo individuato, però, nella sua attuazione pratica rischia di trasformarsi in una grida di manzoniana memoria e di assestare un duro colpo alla già scassata macchina giudiziaria. Non sarà, in primis, agevole l’espulsione di soggetti che normalmente non hanno documenti di identità e dei quali non si conosce, quindi, la provenienza. Una volta superato questo ostacolo, si tradurrà in un inevitabile aggravio per le questure a cui sono demandati i compiti esecutivi e che, in periodo di vacche magre, saranno costretti a distogliere personale da altri servizi per cercare di rendere concreti, in minima parte, i decreti di espulsione. Infine, i casi di inosservanza, certamente numerosi come dimostra la negativa esperienza dell’applicazione della legge Bossi-Fini, produrranno soltanto un aumento degli arresti e dei processi penali, senza risolvere il problema. La normativa, in conclusione, rischia di essere il solito pannicello caldo, poco efficace e con costi sulle strutture di molto superiori ai risultati. Se si vuole affrontare realmente il tema della sicurezza è necessario operare non sull’onda delle emergenze; farlo senza pendolarismi che vanno da ondate di perdonismo a richieste di «forche», investendo risorse sulle forze di polizia, messe in grado effettivamente di operare, e sulla macchina giudiziaria, perché superi l’impasse che la rende assolutamente inefficiente. La sicurezza, purtroppo, è tema che non è mai stato nell’agenda dei governi, senza distinzione di colori e di ideologie, e non si può pensare di intervenire solo con provvedimenti-tampone che promettono tanto e rendono poco.
(fonte: Il Mattino)
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