VI SEGNALIAMO UNO SCRITTO DEL GIOVANE SCRITTORE CASERTANO MARCELLO CAPOZZI Marcello Capozzi scrive sul sito www.nopress.it/mrdedalus. Il testo tratto da lì è una sua lettera ai lettori di mr.dedalus, ed è stata scritta con l'intento di parlare a persone fuori del nostro territorio. Per questo motivo non dà per scontate alcune conoscenze che solo chi vive qui può possedere. Cari lettori, scrivo una lettera, non un articolo. Preferisco in questo caso essere più estemporaneo, non strutturare le parole, raccontare un’esperienza senza confezionarla in un pezzo. Oramai mi sembra di dover stare attento a quello che scrivo. Quando, a fine giugno, dedicai una settimana alla stesura di Credere alle cose, ancora non arrivava la puzza di discarica in casa. Certo, un po' di sacchetti, sapevo che sulle strade si riversavano miriadi di sacchetti, pur affacciando sul retro del palazzo in cui abito. Cioè, la puzza la sentivo: ma erano i cassonetti. Dopo Credere alle cose, respirare è stato sempre più come deglutire un linfoma. Qualche giorno addietro è stato pubblicato Non è star sopra un albero, un articolo sulla bella e affascinante storia democratica di Chelsea, cittadina del Massachusets. Ho usato immagini legate al fuoco. L'inizio è su un pompiere, la fine sulla libertà: tutto legato al fuoco: "libertà è creare e spegnere gli incendi”. Ebbene, tempo due giorni dalla pubblicazione, e sotto casa avevo i pompieri. Tutta la terra del mio piccolo quartiere è andata in fumo. Il fuoco è giunto sino a casa mia, poiché il terreno stepposo si stende fino a venti metri dal mio balcone. Per poco non si è rischiato che saltasse in aria l’auto qui sotto parcheggiata, non essendo stato rintracciato in tempo il proprietario perché la spostasse. Ora qui è tutto cenere, fumo. Ho un lieve bruciore alla gola. Se esco fuori al balcone, davanti ho il terreno bruciato. Posso annusare, sentire l'odore di terra bruciata. Ma sulla destra, a pochi chilometri e in perfetta coincidenza in linea d'aria, c'è la discarica a cielo aperto. Stamattina gli odori sono insopportabili. Cenere e veleno. L'atto della vita, il respiro, è un atto patogeno: essì, la malattia pure fa parte della vita, e la malattia è la forma di stare al mondo che abbiamo scelto da queste parti. Noi tutti, intendo. Perché se da una parte le imprese del crimine hanno contaminato terra, acqua e aria della regione, dall'altra noi Casertani non siamo capaci di fare niente. Le manifestazioni vedono un numero esiguo di partecipanti. Ma anche con ciò saremmo nell'ordine di cose normali, se non fosse che a Caserta le persone non sono soltanto indifferenti, ma addirittura ostili a chi lottando rompe i coglioni. E' accaduto un mese e mezzo fa. Il 6 luglio si svolse una fiaccolata per richiamare l'attenzione sui problemi che ci riguardano quanto un peccato mortale riguarda un timorato di Dio. Il traffico fu bloccato. I Casertani in macchina, per tutto il tempo suonarono i loro clacson. Tutti, dico proprio tutti: immaginate il suono del clacson di ogni auto in una determinata zona di città. Era la loro protesta. Contro noi. Desideravano tornare a casa, prendere le direzioni che avevano prospettato. E suonavano, suonavano; più lo facevano più noi non potevamo parlare. Coprivano le parole anche se pronunciate al microfono. Dei manifestanti pensarono che forse non si rendevano conto, andarono a consegnare dei volantini che spiegavano i motivi della manifestazione. Mai come in quell'occasione si era lì per tutti. Una manifestazione sindacale in fondo è di parte, è per i lavoratori, ai commercianti non interessa. I rifiuti e le discariche, al contrario, coinvolgono proprio tutti. Ma a Caserta anche la respirazione è affare privato, ognuno respiri per sé: gli automobilisti, presero i volantini appena consegnatigli, li gettarono a terra (per strada!) e, urlando, mandarono affanculo chi glieli porgeva. Mandarono affanculo tutti, e suonarono il clacson, ancora, sempre, per tutto il tempo. La tentazione che si ha è quella di rarefarsi, non si sa dove fuggire. Chi è solo, respira solo. Ma noi non vorremmo nemmeno respirare. Qui non c'è niente da fare. Non puoi isolarti dal corpo, non puoi non respirare. Allo stesso tempo, è difficile accettare la morte prima della morte. Da qualche giorno ho sempre in testa l'inizio della mia nota biografia su Mr. Dedalus: "è il più giovane tra tutti". Mi viene sempre da continuare: "sarà il primo a morire". Non voglio esser patetico, ma dovete immaginare com'è qui. Secondo il racconto di veterinari, in zona avremmo (ed è cosa che si ripete) pecore con due teste, amici mi dicono addirittura con tre (ma siamo su un terreno sdrucciolevole). Valga l'immagine, quelle tre teste testimoniano che io davvero sto morendo, io e gli altri. Ma non solo la camorra ci ammazza: ci ammazzano i Casertani che ci mandano affanculo, le sentenze in tribunale che riaprono le discariche due giorni dopo averne decretata la chiusura. Ho da poco appreso che per presentare ricorso e denunciare i danni alla salute provocati dalla discarica da parte di chi vive lì vicino, occorre rivolgersi al Tar del Lazio (un incremento di difficoltà logistiche nonché di dispendio economico), e pagare preventivamente una tassa imposta. Un modo che sicuramente scoraggia le reazioni dei cittadini Noi qui scherziamo diversamente, abbiamo un'ironia diversa da quella di tanti altri giovani. I ragazzi del giosef (un'associazione giovanile che organizza interscambi culturali) hanno dialogato con ragazzi stranieri, e si sono chiesti reciprocamente quali fossero i progetti, si sono domandati come immaginavano il futuro. Spagnoli, portoghesi, norvegesi ecc., parlavano dei lavori che gradivano, se si sposavano o meno; i Casertani (l'associazione è casertana) scherzarono tutti all'unisono, dissero tra loro le stesse cose apparendo dei pessimisti: che sarebbero morti a trent'anni con tumori di vario tipo per via delle discariche. Quando si verifica una tale convergenza, quando tutti iniziano a dire, improvvisando, le stesse cose, si ha come il segnale di un cambiamento. Oltre alle analisi sull'incidenza di tumori in aree geografiche con una massiccia presenza di discariche, oltre alle indagini sui tassi di mortalità per cause neoplastiche, è opportuno riconoscere anche che qui si è verificato un cambiamento di tipo antropologico. Noi non abbiamo più alcuna fiducia nelle possibilità del futuro. Ma non come un qualsiasi giovane stritolato dal mercato del lavoro, che è un precario, non avrà famiglia. Noi oltre a questo, non pensiamo di poter sopravvivere. Una razza di italiani diversi, con un'altra bandiera, senza tricolore ma con tre teste di pecora. Un abbraccio Marcello (marcello-capozzi@libero.it) (foto e articolo per gentile consessione di Marcello Capozzi)