di Rosaria Capacchione – L’affare grande di quegli anni era il nuovo centro commerciale, l’alternativa casertana al «Vulcano buono»: area interporto, investimenti per quasi duecento milioni di euro, addirittura una modifica della rampa di accesso all’autostrada per andare incontro alla clientela. Un affare che, come gli altri, non è sfuggito alla camorra. Un milione di euro di tangente pattuita con il clan Belforte, la metà effettivamente pagata dall’impresa che ha realizzato la struttura. Ma, in realtà, quei soldi sono stati equamente spartiti tra i Belforte e la famiglia Zagaria: ai primi il denaro contante, con una percentuale destinata alla cassa comune e al pagamento degli stipendi agli affiliati; all’altra appalti e forniture, come da tradizione consolidata del ramo imprenditoriale del clan dei Casalesi. Quell’accordo ha impedito, all’alba di ieri, la scarcerazione di Pasquale Zagaria, l’uomo chiamato ”Bin Laden”. Mentre dal tribunale di Napoli arrivava il nulla osta al suo ritorno in libertà per decorrenza dei termini della custodia cautelare, pur se con l’aggiunta del’obbligo di dimora a Casapesenna, la Squadra mobile di Napoli provvedeva a notificargli nel carcere di Poggioreale un nuovo decreto di fermo, che sarà valutato dal gip nella mattinata di lunedì. Grazie alla dichiarazioni del collaboratore di giustizia di Marcianise, Michele Froncillo, i magistrati della Dda di Napoli Franco Roberti, Federico Cafiero de Raho, Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio sono riusciti a ricostruire l’affare del Centro Commerciale Campania. E cioè, la maxitangente pagata a rate al clan Belforte dall’imprenditore che si era aggiudicato l’appalto per la costruzione delle opere edili fino al 2004. Pagamento confermato dalla stessa vittima dell’estorsione. A Pasquale Zagaria, invece, secondo quanto emerso dalle indagini, era andato l’affidamento dei subappalti a ditte di sua esclusiva fiducia. Tra le altre, troviamo quella di Immacolata Capone, una delle protagoniste dell’inchiesta sugli affari di Zagaria a Parma e Milano. L’imprenditrice, ex moglie del boss del clan Moccia Giorgio Salierno, è stata uccisa in un agguato di camorra il 17 marzo del 2004.

 

SEGUE LA CRONACA  DEL DIETRO LE QUINTE DELLA QUASI LIBERAZIONE DI PASQUALE ZAGARIA FATTA DA ROSARIA CAPACCHIONE:

 

Pasquale Zagaria raccoglie le sue cose, nel carcere di Poggioreale. Gli hanno appena comunicato che deve andare via, che il tribunale l’ha scarcerato. Sono le nove di venerdì sera, e anche i suoi amici e coimputati torneranno a casa. Tutti liberi, grazie al ritardo del giudice Eduardo De Gregorio, che a giugno dell’anno scorso aveva depositato la sentenza ventiquattro ore dopo il limite massimo. Pasquale ”Bin Laden” se lo aspettava da qualche giorno, da quando la Cassazione aveva dato ragione ai difensori sul calcolo della carcerazione preventiva. Aspettava, però, anche la sentenza di appello che forse sarebbe stata letta nell’ultimo giorno di marzo: quella che doveva confermare o riformare la condanna a otto anni e mezzo di carcere per associazione camorristica ed estorsione per l’affare Parma-Milano. In quello stesso momento, alla Squadra mobile di Napoli ci sono due uomini che raggiungono velocemente il centro direzionale e l’ufficio di Procura. C’è un’altra inchiesta, su Pasquale Zagaria. Quasi conclusa. Ma non c’è il tempo di aspettare la decisione del gip, ed è possibile che lui decida di scappare un’altra volta, vedendo davanti a sé un prolungamento della detenzione: sei anni per l’inchiesta Tav, otto e mezzo per Parma-Milano, chissà quanto – se la colpevolezza dovesse essere provata – nel processo nuovo per l’estorsione al cantiere del centro commerciale Campania. E poi ”Bin Laden” è sempre fratello del latitante più importante del clan dei Casalesi, dell’uomo che da oltre tredici anni regge l’organizzazione dall’esterno pianificandone affari, strategie, omicidi. Alle nove della sera il decreto di fermo è pronto. I passi del boss di Casapesenna s’incrociano con quelli dei due uomini della Mobile, che glielo notificheranno appena metterà piede nell’ufficio matricola. Nelle tre paginette firmate da quattro pm antimafia – Franco Roberti, Federico Cafiero de Raho, Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio – è raccontato un altro degli affari della famiglia Zagaria: l’accordo, già emerso negli anni passati, con Domenico e Salvatore Belforte per l’equa ripartizione dei soldi incassati con le tangenti e la ripartizione delle ditte subappaltatrici nei lavori dell’area industriale. Chi inchioda Pasquale Zagaria non è tanto il pentito Froncillo, forse neppure l’imprenditore taglieggiato, ma un nome di donna: Imma Capone, moglie di camorrista, legata da indissolubili rapporti di comparaggio alla vedova Moccia, amica fidatissima di Michele Fontana, cugino di Pasquale, e dello stesso camorrista-imprenditore. Più che documentati i suoi rapporti con loro ma anche con Michele Zagaria, che prima della morte ha incontrato più volte. Se non fosse stata uccisa, seguendo lei si sarebbe arrivati al superlatitante. Anche lei è una imprenditrice-camorrista, la donna che aveva raccolto i pezzi della sbrindellata Motrer, con la quale i Moccia avevano partecipato ai lavori di bonifica dei Regi Lagni, e che con la nuova impresa si era aggiudicata quelli per il completamento della ferrovia Alifana. Grazie ai buoni uffici di ”Bin Laden” e del cugino, naturalmente. Imma Capone partecipa anche a quelli per la costruzione del Campania, a Marcianise. E con lei si marca indelebilmente la presenza di Zagaria nel centro commerciale.

 

 

 

(da: il mattino del 29/03/09)